venerdì 26 settembre 2008

Big in Japan part 1. Il viaggio.

Di nuovo a Napoli. Di nuovo al lavoro. Di nuovo con mille cose da fare e zero voglia di farle.
Per chi non fosse aggiornato, sono appena tornato da un troppo breve viaggio in Giappone.
Dieci giorni nel paese del Sol Levante sono troppi da racchiudere in un solo post, soprattutto considerando che in questo momento dovrei star scrivendo le mie annuali inutili relazioni di fine anno, così ho deciso, anche per riordinare un po' le idee, di spezzare il mio diario di viaggio in più parti.
Cominciamo dal principio, cioè dal viaggio verso Kyoto.
Le tappe: Roma-Helsinki-Osaka-Kyoto.
Sul voli c'è poco da dire: lunghi e noiosi ma relativamente tranquilli (curiosamente si è ballato di più sulla tratta Roma-Helsinki che sull'eterno Helsinki-Osaka). Lotte per dormire nei momenti giusti nel tentativo di adattarsi al fuso orario che verrà e ignobili pasti offerti dalla Finnair, che consiglio per tutto, tranne che per il mangiare.
Atterrati a Osaka, c'è il primo, piacevolissimo impatto con il mondo nipponico. Dovete sapere che per i viaggi brevi, funziona un po' come per gli USA: si deve compilare una carta sull'aereo, che poi si consegna all'ispettore dell'immigrazione. Il formulario in questione ha però la decenza di non farti domande tipo "Sei un terrorista?" o "Odi il Giappone?" o cose di questo tipo. Ma la differenza maggiore si nota appena sbarcati. A parte la fila rapida ed efficiente (che potrebbe anche essere un caso, per quanto ne dubiti), il funzionario dell'immigrazione è una persona gentile! Ti sorride, ti chiede scusa se per questioni di sicurezza deve prenderti le impronte digitali e farti una foto e ti ringrazia per la collaborazione (sulla questione del ringraziare tornerò successivamente). E se per caso non fila tutto liscio ti chiede ancora scusa mortificato.
Insomma, quando sono arrivato negli USA mi sono sentito schedato per presunzione di colpevolezza, mentre in Giappone ho avuto la sensazione che lo facessero perché proprio non potevano farne a meno, altrimenti non mi avrebbero mai voluto disturbare.
Mi rendo conto che, alla fine, la sostanza è la stessa, ma vi assicuro che in termini di umore fa una differenza colossale.
Sbrigate brevemente le formalità, ci aspetta il ritiro bagagli. Nel senso che i bagagli sono già lì che ci aspettano. Ancora una volta, potrebbe essere un caso, ma la sensazione di efficienza è forte.
E poi c'è la navetta verso l'albergo a Kyoto.
Kyoto non è particolarmente distante dall'aeroporto di Osaka, ma la navetta ci ha messo circa tre ore. E ha pagato circa centoventimilaseicentodue pedaggi. Pazzesco. Morale della favola: se andate in Giappone, evitate la macchina se non è strettamente necessaria.
Nella prossima puntata: grazie per il fuso.
Stay tuned,
M

2 commenti:

Caterina ha detto...

anche io voglio andare in giappone!!! non vedo l'ora di sentire il resto del tuo viaggio :-D

Elisen ha detto...

e bravo Miko! anche io mi sentivo un delinquente ogni volta che passavo dall'ufficio immigrazione in US e mi sono fatta anche diverse volte i controlli speciali..ore ad aspettare! però è innegabile l'efficienza americana su molte altre cose burocratiche, come gli uffici comunali, i servizi (telefono, elettricità etc)..
Ma sono curiosissima di sapere come te la sei cavata con i cartelli e le indicazioni per strada!!!