lunedì 30 novembre 2009

Pagine di diario

Perché il popolo tollerò o favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché quell'uomo era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel migliore dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).
Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosiffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo "tornaconto.
Il primo ministro, uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l'autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po' ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine.
In Italia, fu il primo ministro. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano.
Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso. Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob, e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l'amante più valido, così il primo ministro predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così il primo ministro con le masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le dìsprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti, anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena (tipo ungherese), e la musica patetica (tipo Puccini). Della poesia, non gli importa nulla, ma si può commuovere a quella mediocre (Ada Negri) e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie, sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo. Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti, i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com'è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s'immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.

Ho letto questo brano un paio di giorni fa e ne sono rimasto impressionato. Il passo è di Elsa Morante che, nel 1945, ovviamente parla di Mussolini. Ho avuto cura di eliminare il nome del duce dal testo per rendervelo come l'ho letto io e massimizzarne l'efficacia.
Per dovere di cronaca, vi segnalo che la versione digitale originale l'ho presa da questo blog.


Stay tuned,
M

giovedì 19 novembre 2009

Un novembre eccezionale.

Centocinquant'anni fa, nel novembre del 1859 veniva pubblicato l'articolo

Ueber die Anzahl der Primzahlen unter einer gegebenen Grösse

in cui Bernhard Riemann nelle otto pagine del suo unico articolo di teoria dei numeri introduceva alcune nozioni più importanti di questa materia (la funzione zeta, ad esempio) e formulava quella che è tra le congetture più significative dell'intera matematica, vero e proprio Sacro Graal di noi poveri artigiani delle dimostrazioni.

Centocinquant'anni fa, precisamente il 24 novembre del 1859, veniva per la prima volta pubblicato dopo un pluridecennale periodo di incubazione "On the Origin of Species" di Charles Darwin, il fondamentale testo che ha posto le basi della moderna biologia evolutiva.

Centocinquant'anni dopo, il miglior presidente del consiglio degli ultimi centocinquant'anni ha drasticamente diminuito le ore di matematica a scuola e la superpotenza più avanzata del mondo è invasa da un creazionismo dilagante.

Non c'è niente da fare: non li fanno più dei mesi così.

Stay tuned,
M

He was my brother (Simon & Garfunkel)

Sono tempi preoccupanti, questi tempi di "bianco Natale", in cui persone di infinita ignoranza hanno il coraggio di dichiarare "per me il Natale non è la festa dell'accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità", in barba a tutto quello che le tanto millantate "radici cristiane" (in cui per altro non mi identifico affatto) dovrebbero significare.

Sono tempi agghiaccianti, in cui si può morire senza che nessuno faccia (o abbia il coraggio di fare) una piega.

Sono tempi in cui mi viene sempre più voglia di scappare via da questo paese.

Non mi resta che dedicarvi una canzone. Semplice, forse un po' ingenua e persino qualunquista, ma che ascoltata attentamente, seguendo il testo, fa venire i brividi.

Almeno a me.

Meditate gente,
M




He was my brother
Five years older than I
He was my brother
Twenty-three years old the day he died

Freedom rider
They cursed my brother to his face
Go home outsider
This town's gonna be your buryin' place

He was singin' on his knees
An angry mob trailed along
They shot my brother dead
Because he hated what was wrong

He was my brother
Tears can't bring him back to me
He was my brother
And he died so his brothers could be free
He died so his brothers could be free.

martedì 17 novembre 2009

Piccolo elogio della scrittura.

Ovvero, dell'importanza di scrivere. Con carta e penna.

Questo post nasce da una serie di coincidenze; è capitato infatti, che lo scorso fine settimana sia dovuto andare in aereo nel profondo nordovest italico per incontrarmi con il mio older brother. Ed è capitato che non molto tempo fa abbia comprato (anche, ma non solo, sull'onda di quello che ho scritto nei miei post precedenti) di aver acquistato dei piccoli quadernetti Moleskine da tenere con me per prendere appunti e segnarmi i miei pensieri.
Piccoli, flessibili e a quadretti.
Ne ho portato uno con me a spasso per qualche settimana, ovviamente senza scriverci niente su. Ma sull'aereo per Torino, invece di mettermi a leggere il libro che avevo portato, ho cominciato a scrivere. E un nuovo mondo si è aperto.

E di questo nuovo mondo ho scoperto che:

  1. Scrivere i propri progetti su carta invoglia a realizzarli, a entrare in azione. Ci siamo intesi? Writing helps overcoming procrastination! Wow. Solo per questo vale almeno la pena di provarci.
  2. Scrivere aiuta moltissimo a riordinare le idee: io sono uno che pensa moltissimo, faccio grandiosi voli pindarici, occupo un sacco di tempo pensando a milleuno progetti diversi e pensando anche minuziosamente a minuscoli dettagli riguardo a questi progetti. E poi non ne faccio nulla. Fissare le idee su carta aiuta a preparare una semplice lista di cose da fare per realizzarli; una lista ordinata e razionale di passi talmente semplici che ti vien voglia di farli. E in più scrivere è un ottimo setaccio per separare quali sono i dettagli utili da quelli inutili, che possono essere rimandati.
  3. Scrivere, ovviamente, aiuta a ricordare. Anche se non avete una memoria schifosa come la mia, potete appuntarvi su carta le idee quando vi vengono e pensarci in un secondo momento. In questo modo non interrompete troppo il flusso di pensieri principale e riuscite più facilmente a rimanere concentrati su quel che state facendo.
  4. Scrivere aiuta a fare domande. Tutti sappiamo che la curiosità è la madre della scienza, ma la parte più difficile del fare domande è cercare di capire quali sono i nostri dubbi; non quali sono le domande giuste, propri quali sono le domande. So di star ripetendo fondamentalmente i punti precedenti, ma fare domande è uno strumento di crescita talmente importante che meritava un'attenzione particolare.
  5. Scrivere fa venir voglia di scrivere, innestando un sempre auspicabile circolo virtuoso: saranno stati mesi che non usavo carta e penna se non per qualche appunto di matematica (sappiate che il più importante strumento a disposizione di un matematico, oltre all'inquilino della scatola cranica, è la scrittura) o per qualche documento per l'efficientissima burocrazia italica; dopo aver cominciato a scrivere, invece, ho scritto ininterrottamente per tutta la durata del mio volo (e ho proseguito anche una volta sceso dall'aereo, visto che c'erano alcune cose che non avevo fatto a tempo ad appuntarmi).
  6. L'ho già detto due righe più su, ma vale la pena di evidenziarlo: scrivere fa passare il tempo. Avevo un libro che pensavo di leggere subito dopo aver preso qualche appunto sui miei pensieri e stavo ancora scrivendo durante l'atterraggio.
In conclusione, non sarà la panacea di tutti i mali, ma certamente può aiutare.

Per inciso, come è lecito aspettarsi, anche questo post è nato prima di tutto su carta: il solo atto di scrivere mi ha stimolato il processo di astrazione che mi ha fatto passare dallo scrivere al riflettere sull'utilità dello scrivere (se avete 5 minuti da perdere, guardate questo video) e mi ha dato l'idea per questo post (che ho prontamente annotato); il terzo post lungo che scrivo su questo blog nel giro di una manciata di giorni. Cose che non succedevano dal mio precedente blog texano...

Insomma, non vi ho fatto venir voglia di provarci? Coraggio, allora, scrivete e fatemi sapere!

Stay tuned (perché ho appunti per altri post),
M

PS Nonostante il volo non sia stato molto turbolento, il tempo non era buono e un po' abbiamo ballato; ma ero talmente concentrato a scrivere che non ho avuto nessunissimo problema (per chi non lo sapesse, per qualche motivo non identificato, da un quattro anni a questa parte volare mi innervosisce molto più di quanto non facesse prima). In più siamo persino arrivati in anticipo! Ok, questo non c'entra nulla.

PPS Forse, dopo tanto parlare di prendere appunti, tra poco scrivero un post sul come annotare le cose; cominciate a ruminarci su e se avete suggerimenti fatevi sentire.

Stay tuned, please.

Scusate, son stato un paio di giorni fuori e stasera sono troppo stanco per scrivere. Ma ho diversi post in arrivo. Quasi pronti: udite, udite, ho preso appunti! Quindi arriveranno.

Stay tuned,
M

E beccatevi questo video, nel frattempo:


lunedì 9 novembre 2009

De Pauritiis (tm)

Riassumiamo un po' i risultati dell'esperimento sociologico del mio post precedente.

Il maggiore ostacolo a fare le cose è quella persona che vediamo davanti a noi quando ci laviamo i denti la mattina. Le cose che ci piacerebbe davvero imparare a fare sono (salvo qualche eccezione) assolutamente cose fattibili, in alcuni casi persino facilmente. Perché non le facciamo? Generalmente per paura, per pigrizia o per la madre del procrastinaggio, la paurizia.

Come ho letto ultimamente (qui, libro che consiglio caldamente a tutti), a quanto pare il tutto è più o meno dovuto al fatto che il nostro cervellino detesta scegliere; trova che fare le scelte sia la cosa più faticosa del mondo e quindi cerca di semplificarsi il lavoro al massimo tentando di fare solo le scelte più facili.

Mi spiego meglio: non fare una cosa è di base più facile che farla. In più se aggiungiamo che magari fare la cosa può portare a conseguenze tremende, a margine di un dubbio vantaggio, mentre non farla al massimo lascia le cose così come sono, la scelta diventa immediata: la cosa non si fa.
Ecco dunque che il nostro cervello, per semplificarsi la scelta, ci amplifica mostruosamente le conseguenze nefaste: andare a un corso di chitarra (per dire) diventa un impegno pazzesco nella nostra vita già pienissima, l'idea del tempo perso in caso di fallimento diventa insostenibile, stare seduti a non fare nulla per un paio di ore ci sembra un bene prezioso a cui non possiamo in alcun modo rinunciare nemmeno per qualche giorno.
Per glassare il tutto, il contorto abitante della scatola cranica aggiunge la più terrificante di tutte le paure: la paura dell'ignoto (quando c'è qualcosa che non fate "per paura", quante volte sapete dire di cosa davvero avete paura, e continuare ad averne paura?).
Voilà, il piatto è servito: possiamo senza pensarci troppo scegliere di non fare. E il bello è che siamo anche capaci di convincerci di aver fatto la scelta dopo lungo e penoso raziocinio.

Cosa possiamo fare per difenderci? Sono tra le persone peggiori sulla faccia del pianeta per dare questo tipo di consiglio (della serie continuavano a chiamarmi Procrastinator), ma qualcosa, dall'alto della mia ventennale esperienza di impippolatore mentale, ve la posso dire: quando cominciate a raziocinare su una scelta, scrivete i pro e i contro. Ho detto scrivete. E rileggete i contro che avete scritto, magari dopo qualche ora o giorno. Sembrano davvero ancora ragionevoli?

Sia chiaro: io per primo questo mio consiglio non ho ancora cominciato a seguirlo. Quasi. Ma le risposte al post mi hanno fatto riflettere non poco. Ho intenzione di ritornare sull'argomento (se non altro per entrare nel merito dei commenti dati al post) e magari anche di sviluppare un paio di ideuzze che mi sono venute in mente. Purché vinca la mia atavica pigrizia, naturalmente.

Stay tuned,
M

PS un paio di ringraziamenti: ad Elisen per aver coniato il meraviglioso termine "Paurizia" e a Nonsisamai, che girando il post sul suo blog ha generato un buon numero di commenti, che qui invece latitano, scatenando autoriflessioni interessanti (cosa che era un po' lo scopo del post).